Gregorio Trapasso, pittore tra arte e scienza

di Antonia Opipari

La quintessenza dell’eclettismo. Non esiste metafora migliore per definire Gregorio Trapasso, artista, amante della scienza, tatuatore… entusiasta e riflessivo, Gregorio è tutto ed il contrario di tutto: vive la vita “seguendo la sua arte” – ce l’ha tatuato su un braccio!- e fa dell’arte la sua vita. Come? Sarà lui a spiegarcelo in quest’intervista che non è stato affatto facile realizzare, ve lo assicuro, per la particolarità dei concetti e la personalità del soggetto! E allora cominciamo questo nostro viaggio nella vita e nelle opere di questo singolare artista.

     

Gregorio trascorre parte della sua infanzia a Zagarise (Cz), prima di trasferirsi a Sellia Marina (Cz) dove risiede attualmente e, nel mezzo ci sono più di dieci anni vissuti in terra lombarda; potrebbe iniziare così il suo racconto ma la mia domanda è secca e diretta: Quando hai capito che avresti fatto l’artista?

E lui: «L’ho intuito molto presto, me lo ricordo benissimo! È stato a Zagarise in prima elementare, quando mi sono reso conto che riuscivo ad esprimermi di più attraverso i disegni che con le parole; ma non ero semplicemente un bambino a cui piaceva tenere in mano i colori e fare ghirigori, piuttosto li sentivo parte di me: dipingere è qualcosa che avevo nelle vene già allora e, che mi è sempre venuto naturale fare. E lo è tuttora».

“Icaro” – 2016 Olio su tela. Cm 60×60

Com’è stata la tua esperienza milanese? «Bèh, che dire?! Milano è Milano. Gli anni che ho trascorso lì sono stati dinamici e ricchi di stimoli, sia sotto l’aspetto prettamente personale – Milano è una città che mi ha visto “crescere” ed in cui sono stato, fortunatamente, costretto a sforzarmi per superare molte delle mie insicurezze -, che professionale; venire a contatto con artisti diversi da me, bazzicare gallerie, respirare il fermento che ruota intorno all’arte ed al suo mondo, mi ha portato ad allargare gli orizzonti mentali e ad interessarmi a cose nuove e diverse da ciò a cui ero abituato. Nella città meneghina ho poi aperto il mio atelier, che è diventato una sorta di luogo di incontro per i colleghi meridionali e non solo».

E la Calabria?«La Calabria… nutro per la mia terra un sentimento a metà tra l’amore e l’odio! La amo perché è bellissima, la culla della civiltà e della cultura, la linfa da cui traggo ispirazione per le mie opere, è l’anima mia più vera e pura… ma è un luogo difficile. C’è da dire, comunque, che il “mestiere” dell’artista viene considerato poco o nulla, qui e nel resto d’Italia; esistono realtà più aperte, lo abbiamo detto sopra, ma quello che manca è la considerazione dell’arte come lavoro: gli artisti vengono considerati dei nullafacenti!».

Cosa t’ispira nel realizzare le tue opere? «In un primo periodo i miei quadri sono stati influenzati dalle immagini risalenti all’arte greca ma, sono sempre stato appassionato di astronomia e scienza e, piano piano ho cominciato ad inserire nelle mie tele elementi di questo tipo, come stelle, pianeti e galassie… anche perché sono fermamente convinto che non siamo soli nell’universo».

“Le Due Veneri” – 2018 Olio su tela. Cm 70×70 

Quale, tra i tuoi lavori, senti più tuo e perché? «Naturalmente sento i miei quadri tutti un po’ mie! Quello che amo più di tutti però è Le Due Veneri, si tratta di un olio su tela che ritrae il volto di un pensatore dell’antica Grecia che fluttua in un infinito fatto di stelle e pianeti, tra cui Venere. Perché lo sento più mio? È difficile da spiegare: non parto mai da un’idea precisa di quello che voglio realizzare, mi lascio guidare da un’immagine, un’impressione e quello che viene intorno è tutto parte del mio essere».

Infine l’esperienza con i tattoo: «Dipingere – se così si può dire – sul corpo non è come farlo su una tela: è qualcosa che va nel profondo, letteralmente e metaforicamente, che ha un senso per chi lo fa. Non si tratta di interpretare qualcosa di mio, quanto rendere mio qualcosa che per qualcun altro ha un significato intimo, se vogliamo. Anche i tatuaggi sono delle opere d’arte e mi approccio a loro con la stessa intensità e passione di un quadro, cercando d’imprimere sulla pelle una parte di me».

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