Processo U.S. Catanzaro: dopo 11 anni ecco la sentenza

Cadono le accuse di truffa e  bancarotta. Cinque assolti ed un condannato

Con una sentenza quasi completamente assolutoria si è concluso il processo a carico degli ex dirigenti dell’US Catanzaro.

Una storia processuale tortuosa e contraddittoria che ha scagionato tutte le persone coinvolte dai principali capi di imputazione.

Il Tribunale di Catanzaro – presidente Macrì, a latere Santaniello e Mariotti – ha assolto con formula piena gli imprenditori Massimo Poggi e Bernardo Colao, il commercialista Giuseppe Ierace, il consulente Domenico Cavallaro e l’avvocato Giacinto Carvelli.

Per tutti è caduta l’ipotesi della truffa e di bancarotta fraudolenta.

Così anche per l’ex presidente Claudio Parente che invece è stato condannato ad un anno e dieci mesi a causa della riqualificazione dell’ipotesi di un reato minore, con pena sospesa e non menzione nel casellario giudiziario.

I legali Armando Veneto e Giacomo Maletta hanno ovviamente preannunciato ricorso in appello.

Nel frattempo il collegio difensivo del dott. Parente ha diramato una nota di commento.alla sentenza.

LA NOTA DEI LEGALI DI PARENTE

 La nota dei legali di Parente

L’avv. Armando Veneto difensore, insieme all’avv. Clara Veneto ed all’avv. Giacomo Maletta, dell’ex Presidente del Catanzaro, dr. Claudio Parente, imputato come  tutti gli amministratori che si sono succeduti nel triennio 2003-2006, per il fallimento della vecchia società, assolto da tutti i gravi capi di imputazione che lo vedevano coinvolto con tutti gli altri amministratori che si sono avvicendati dal 2003 al 2006 e condannato ad un anno e otto mesi (pena sospesa e non menzione) per bancarotta preferenziale relativa ad una sola operazione contabile, dichiara quanto appresso:

Finalmente, dopo 11 anni, durante i quali, abbiamo acquisito gli esiti favorevoli del Tribunale del Riesame, della Cassazione e del Tribunale Civile, in ordine ai vari capi di imputazione contestati agli amministratori dell’U.S. Catanzaro, nel periodo 2003-2006, anche il Tribunale Penale non ha potuto fare altro che assolvere tutti gli amministratori, riservando al mio assistito una pena residuale per una operazione contabile (parziale restituzione ai soci di versamenti precedentemente effettuati, per ottenere il ripescaggio in Serie B), già ritenuta corretta dal Tribunale Civile. 

Il Collegio Giudicante, rispetto a tutte le altre ipotesi contestate, ha statuito  che i reati ascritti al dr. Parente non si sono mai verificati  (da qui in sentenza il fatto non sussiste o non costituisce reato), che la sua gestione è  stata corretta e trasparente, come d’altronde sempre attestato anche dal Collego Sindacale e dalla Commissione Vigilanza e controllo delle società calcistiche (COVISOC).

Nel lungo tempo trascorso, ho sempre affermato che questo processo non sarebbe  mai dovuto iniziare, proprio perché non sussisteva il fatto reato, ma solo supposizioni e plateali errori nella ricostruzione della vicenda. Di contro e per converso, gli atti processuali, hanno dimostrato come l’impegno economico verso la società, da parte del dr. Parente e delle società a lui collegate, sia stato nettamente superiore a tutte le compagini societarie che lo avevano preceduto (ed oggi possiamo dire anche a quelle che sono subentrate) ma, soprattutto, è emersa la forza ed il coraggio, oltre all’etica che lo contraddistingue da sempre, di un uomo che non si è piegato a progetti perversi di qualche socio, di cui solo successivamente è stata appurata la valenza criminale.
Per questo motivo,  dopo aver subito minacce, estorsioni e continue intimidazioni, non fu possibile la sua continuità gestionale che aveva prodotto un vero “miracolo”, sportivo ed economico, considerato il traguardo della serie B, raggiunta dopo solo un anno temporale della sua presidenza, e la chiusura del bilancio 2005 con un utile di 36.000 euro (come oggi le carte dimostrano).

L’amore per la sua squadra del cuore (che lo aveva anche lanciato nella carriera di calciatore) lo aveva spinto in una impresa impossibile: quella di riportare il Catanzaro nel calcio che conta, dal quale mancava da 14 anni, e risanare una società con un fardello di debiti per oltre 9 milioni di euro. Aveva raggiunto entrambi gli obiettivi sia sportivi che economici, ma è stato costretto a mettersi da parte perché non voleva essere complice di chi voleva utilizzare la squadra di calcio per azioni criminose.
Tutto questo è costato moltissimo al nostro assistito, anche per la becera strumentalizzazione di questa vicenda, da parte di coloro che non reggono il confronto con un uomo dallo spessore del dr. Parente e  che – auspichiamo –  non venga perpetrata, anche per un reato in prescrizione ed in ogni caso, per una operazione, già ritenuta corretta dal Tribunale Civile; operazione, si badi bene, che non  ha provocato alcun beneficio a livello personale al Parente, avendo lo stesso versato oltre 900.000 euro e prelevato € 70.000, per pagare il premio partita della vittoria nel derby con il Crotone.

Da tempo, però, anche quei tifosi, all’epoca aizzati da chi aveva interesse a provocare l’instabilità societaria per farlo andare via, si stanno ricredendo su quanto, effettivamente, successe in quel periodo, se è vero, come è vero, che di fronte ad ogni crisi (purtroppo ciclica) della società calcistica il Dr. Parente viene  pregato di intervenire, per cercare di risolvere il problema. E lo stesso, per la vera passione che nutre, non si è mai tirato indietro, azzerando tutto quello che ha subito.
Nonostante la mia lunga e variegata esperienza, questa vicenda mi ha permesso di apprezzare la forza e la determinazione di una persona perbene, che ha affrontato con grande dignità un ingiusto e lunghissimo processo, partecipando direttamente al dibattimento, perché sicuro del suo operato e tutto questo mi conforta  sul fatto che nella terra di Calabria ci siano ancora uomini con la schiena diritta. Cosa che fa ben sperare per il futuro delle nostre generazioni.”

Avv. Armando Veneto