Politica, un centrosinistra allo sbando è a caccia di una rifondazione

di Danilo Colacino – Se Atene piange, Sparta di certo non ride. Senza contare che l’Atene in questione è il vecchio centrodestra calabrese e catanzarese, che intravede la concreta possibilità di riprendersi la Regione (Lega di Salvini permettendo) mentre ha già in mano Provincia e Comune.

E quindi piange con un occhio solo, semmai, pur essendo attraversato al suo interno da lacerazioni e conflitti – ma anche da paure per futuri avvenimenti, imprevisti e imprevedibili – mascherati unicamente dal potere che in questo momento ha. Comunque sia, a stare peggio – molto peggio – c’è di sicuro il centrosinistra.

La crisi di un modello politico. Quando nel novembre 2014 Gerardo Mario Oliverio diventa presidente della Regione, Matteo Renzi è premier da circa 9 mesi e il centrosinistra a trazione Pd sembra destinato a un avvenire di lunghi successi in Italia e soprattutto al Sud per chissà quanto tempo. Errore. Ma uno sbaglio impossibile, o quasi, da ravvisare in un Mezzogiorno in cui in quel periodo i Democrat “controllano” Abruzzo, Molise, Marche, Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia e in ultimo Calabria. Non dimenticando Lazio, Toscana, Emilia Romagna e via dicendo a cavallo – o al di là – della Linea Gotica.

Una sorta di monocolore, insomma, in cui Catanzaro sembra la città dell’ultimo giapponese con una fiducia cieca in Sergio Abramo che, pur vacillando di fronte all’azione erosiva di un allora rampante Salvatore Scalzo, non crolla. Barcolla, ma non molla, si direbbe in altri termini con una frase ironica fino a un certo punto, perché continua a vincere mentre nel Paese e in Calabria per il modello Renzi è paradossalmente scoccato l’inizio della fine. La personalizzazione del leader fiorentino, scandita dallo slogan del “sindaco d’Italia”, non funziona e allora ecco che lo scenario muta. Significativamente. Sino alla picchiata in termini di consensi per Renzi stesso e – stando ai sondaggi – per Oliverio, tuttavia ancora in sella e allo stato deciso a ricandidarsi…contro ogni percentuale.

La situazione a Palazzo De Nobili. E nel capoluogo, che accade? È ancora l’Okinawa italiana dove qualunque Esecutivo ci sia a Roma o al vertice della Regione, “el vince semper lu”. Si tratta di un Abramo che però si sta facendo ingolosire troppo dalla poltrona della stanza situata al decimo piano della Cittadella. Un disegno che prevede (come premesso Lega permettendo) – in linea di successione dinastica – l’indicazione in “sua vece” di Marco Polimeni per le prossime Amministrative. E già, perché in politica – come nella vita, del resto – funziona così: non importa se hai talento, e il giovane presidente del consiglio comunale comunque ne ha, ma quanto bravo tu sia a impersonare al meglio il ruolo di The Manchurian Candidate con riferimento alla sola parte del film di Jonathan Demme relativa alla pedissequa esecuzione delle direttive impartite dall’alto. Nulla a che vedere, dunque, con trame eversive e circostanze romanzate dell’impareggiabile thriller statunitense.

E tutto ciò con buona pace degli altri alleati, che di posti al sole ne vedranno versosimilmente con il contagocce.

Il centrosinistra nel capoluogo. La debacle del 2017 ha fatto male. Nella coalizione a guida Enzo Ciconte – a prescindere dall’alfiere scelto come sfidante di Abramo, che è, e resta, persona degnissima – si è infatti cannato tutto quanto si potesse fallire quasi fossero stati all’opera dei neofiti della politica. Un disastro da cui è però emersa una certezza: la solidità in termini di voti, e non solo, del movimento di Sergio Costanzo Fare per Catanzaro, a cui ci permettiamo di dare un suggerimento inerente alla carriera futura forse meglio calibrata sulla dimensione comunale. Ci rifletta, magari riuscendo a resistere al forte richiamo dalle sirene di Palazzo Campanella, in una fase in cui nella città alla quale non perde occasione di lanciare messaggi d’amore, il centrosinistra è allo sbando.

Redazione Calabria 7

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