Omicidio Di Leo, chiesti in Appello 30 anni per presunto killer

di Gabriella Passariello

Il verdetto davanti alla Corte di assise appello di Catanzaro è previsto per il prossimo 27 febbraio

Nessuna variazione di pena ha invocato il sostituto procuratore generale per Francesco Fortuna, 37enne di Sant’Onofrio, ritenuto esponente di spicco della cosca di ‘ndrangheta dei Bonavota, accusato di essere uno dei killer dell’omicidio di Domenico Di Leo, detto Micu ‘i Catalanu, ucciso  a colpi di pistola, kalashnikov e fucile tra l’11 e il 12 luglio 2004. Il pg ha chiesto la conferma della condanna a 30 anni formulata in primo grado nel mese di luglio del 2017.  La Corte di assise di appello di Catanzaro ha rinviato l’udienza al prossimo 27 febbraio per le discussioni difensive dei legali Salvatore Staiano e Sergio Rotundo e la pronuncia del verdetto.

L’inchiesta. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri sono partite dal taglio di mille ulivi risalente al 2011 a titolo di estorsione ai danni  di una cooperativa con scopi benefici gestita anche da religiosi a Stefanaconi, conclusasi con l’arresto dei vertici del clan dei Bonavota. Ma ad incastrare Fortuna, finito in manette il 13 gennaio 2016, sono stati dei  guanti di lattice che comparati con il suo dna hanno consentito ad inquirenti e investigatori di fare quadrato su un omicidio efferato, dove all’epoca dei fatti furono trovati ben 45 bossoli di fucile, pistola e kalashnikov. All’arresto hanno anche contribuito le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia Andrea Mantella e Raffaele moscato. Il primo ha spiegato agli inquirenti di aver partecipato in prima persona alle fasi preparatorie dell’omicidio di Domenico Di Leo e di aver personalmente guidato l’auto con a bordo i killer che hanno poi aperto il fuoco contro la vittima designata, mentre Moscato ha raccontato come Fortuna era solito nascondere in tasca i mozziconi di sigaretta perché nessuno potesse risalire al suo dna. L’attività di indagine ha permesso di ricostruire tutta la vicenda che ha portato all’eliminazione di Di Leo, divenuto “pedina” scomoda per il suo clan.

Il movente del delitto. Non sarebbe stato un unico movente a determinare l’omicidio: le frizioni che, in quel determinato periodo storico, erano emerse all’intero del clan Bonavota e che portarono all’eliminazione di diversi suoi componenti e il fatto che Di Leo avrebbe offeso uno dei Bonavota, intrattenendo una relazione sentimentale con la cugina, sarebbero stati solo alcuni dei motivi per i quali Di Leo andava fatto fuori. Alla base del delitto c’erano molto di più, c’erano interessi economici e per gli inquirenti determinante sarebbe stato l’episodio  che si era verificato nella zona industriale di Maierato immediatamente prima dell’omicidio, quando  Di Leo aveva “cacciato” gli operai che, per conto di Domenico Bonavota, dovevano effettuare gli scavi per la realizzazione di un bar nella zona industriale di Maierato, da intestare alla moglie di Nicola Bonavota e Rosa Serratore. La vittima, inoltre, era ritenuta responsabile del collocamento di un ordigno che aveva distrutto una concessionaria di autovetture ubicata allo svincolo autostradale di Sant’Onofrio. E poi c’era il timore che Di Leo  potesse porre in essere azioni nei confronti di altri esponenti del clan, in ragione della sua caratura criminale e della “voglia” che stava maturando di imporsi nell’ambito della consorteria e sul territorio.

 

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