Omicidio Chindamo, lascia il carcere il presunto assassino

Lascia il carcere Salvatore Ascone, 53 anni, di Limbadi, ritenuto responsabile di concorso nell’omicidio di Maria Chindamo, l’imprenditrice di Laureana di Borrello, scomarsa nel nulla il 6 maggio 2016. Il Tribunale del riesame di Catanzaro ha accolto la richiesta dei legali difensori dell’indagato, gli avvocati Francesco Sabatino del foro di Vibo e di Salvatore Staiano del foro di Catanzaro, annullando l’ordinanza  con cui il gip del Tribunale di Vibo, su richiesta della locale Procura, che ha coordinato le indagini condotte sul campo dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Vibo Valentia, della Compagnia di Tropea e del Ros, aveva disposto il carcere nei confronti di Ascone, già noto alle Forze dell’ordine.  Ascone è ritenuto legato al clan Mancuso di Limbadi. Con lui risulta indagato un suo operaio, Gheorge Laurentiu Nicolae, 30 anni, romeno, domiciliato a Limbadi. Nei loro confronti la Procura di Vibo contesta il reato di concorso in omicidio con persone allo stato ignoti.

Il sistema di videosorveglianza manomesso. Secondo gli inquirenti avrebbero contribuito a provocare la morte di Maria Chindamo manomettendo il sistema di videosorveglianza installato nella proprietà di Ascone in località Montalto a Limbadi allo scopo di impedire la registrazione delle immagini riprese dalla telecamera orientata sull’ingresso della proprietà dell’imprenditrice di Laureana di Borrello, dove la donna fu prelevata e portata via la mattina del 6 maggio 2016. I carabinieri sono arrivati a questa conclusione dall’analisi del “libro di bordo” ovvero i file di log del sistema di videosorveglianza. La “scatola nera”, una volta scoperchiata, avrebbe messo in luce tutte le manovre effettuate dagli indagati, dati che documentano come le manomissioni sono state effettuate esattamente la sera prima della scomparsa di Maria Chindamo e quindi inequivocabilmente propedeutiche alla commissione del delitto pianificato per la mattinata successiva ad opera degli esecutori materiali, consapevoli di operare in maniera indisturbata e con la sicurezza di non essere ripresi, quindi individuati.
Complesse indagini, sviluppate ricostruendo un puzzle fatto di dati tecnici, dichiarazioni degli indagati e perlustrazione d’area, hanno permesso di giungere ad una prima importante svolta con l’individuazione di quelli che per l’accusa sarebbero “due dei correi” dell’efferato delitto. Secondo la ricostruzione fornita dai Carabinieri è emerso chiaramente che la Chindamo è stata dapprima aggredita non appena scesa dall’auto e poi caricata con la forza da uno o più persone su un altro mezzo con cui gli autori si sarebbero allontanati. Le tracce ematiche dimostrano la colluttazione avvenuta in più fasi. Una scena che avrebbe potuta essere immortalata dal vicino se questi non avesse manomesso l’impianto di videosorveglianza. Per questo motivo Salvatore Ascone e Gheorghe Laurentiu Nicolae si trovano indagati perché – secondo l’accusa – avrebbero manipolato il sistema di videosorveglianza “tramite un’interruzione di alimentazione dell’hard disk interno, cagionata da un intervento manuale diretto ad inibire in tal modo la funzione di registrazione”. Agli investigatori che nel maggio del 2017 lo sentirono a sommarie informazioni Ascone dichiarò testualmente: “Le chiavi della casa dove sta custodito l’Hard disk ce l’ ho solo io oppure mia moglie. Sicuramente nessuno può aver avuto accesso all’abitazione perché c’è anche un impianto di allarme ed arriva la segnalazione sul telefonino mio, di mia moglie e dell’operaio che si chiama Nicolai”. (g. p.)

     

Fonte