Mobili gratis e interessi da usura, così l’anziano boss stritolava l’imprenditore

di Gabriella Passariello

“Adesso ci stiamo allargando troppo. Hai preso per il culo mio zio Antonio! Entro domenica mi devi dare i soldi e martedì se non mi vuoi dare i soldi devi stare chiuso. Ad Antonio Mancuso non piace questo andamento delle cose. Lo stai prendendo in giro. Vedi di pagare puntualmente, altrimenti ci penso io personalmente”. Otto anni di minacce, di vessazioni e pretese estorsive, ostaggio della logica ‘ndranghetista dal mese di maggio 2011 fino a quando l’imprenditore di Nicotera, C. Z., due mesi fa, esasperato, non decide di denunciare i suoi aguzzini, rivolgendosi ai carabinieri per porre fine ad un incubo. Scatta l’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore antimafia Antonio De Bernardo e condotta sul campo dai Carabinieri della Compagnia di Tropea, coadiuvati dai militari del Norm e della Stazione di Nicotera, che nella notte ha portato al fermo del boss Antonio Mancuso, 81 anni, esponente di spicco dell’omonima cosca egemone in provincia di Vibo, e del nipote Alfonso Cicerone, 45 anni, anche lui residente a Nicotera, già noto alle forze dell’ordine, accusati in concorso di estorsione ed usura, con l’aggravante del metodo mafioso. Altre cinque persone, tutte di Nicotera, risultano indagate a piede libero. Si tratta di Giuseppe Cicerone, 88 anni; Salvatore Gurzì, 33 anni; Andrea Campisi, 36 anni; Rocco D’Amico, 36 anni e Francesco D’Ambrosio, 39 anni.

     

Vittima del racket.  L’imprenditore acquista un immobile di due piani fuori terra a Nicotera al prezzo di 400mila euro. Metà dell’importo viene immediatamente consegnato, mentre per la quota restante si stabilisce l’erogazione secondo dazioni periodiche senza termini temporali e quantitativi. Avvenuto il perfezionamento della compravendita e il pagamento della prima parte dell’importo, gli ex proprietari iniziano a pretendere, in maniera sempre più insistente, la consegna del denaro fino a rivolgersi ad esponenti vicino ad Antonio Mancuso, per avere quanto pattuito e recuperare il credito. All’imprenditore viene comunicato che l’anziano boss aveva rilevato il credito e che le erogazioni di denaro sarebbero avvenute in suo favore.  Si pattuisce la cifra di cinquemila euro ogni trimestre e quando l’imprenditore non riusciva a corrispondere il denaro arrivavano alle minacce ordinando persino la chiusura dell’attività commerciale:“non aprire la serranda che mi incazzo” e anche i consigli “interessati, come quello di chiedere un prestito usuraio a Mancuso. A questo ultimo l’imprenditore avrebbe anche venduto la camera da letto per la figlia ma senza incassare i 2mila euro pattuiti. L’anziano boss avrebbe preteso cinquemila euro mensili per l’affitto del locale, in realtà già di proprietà della vittima dell’estorsione, somma che non andava a decurtare il residuo debito complessivo. Lo scorso mese di giugno Antonio Mancuso pretende il pagamento di ulteriori 11.500 euro (5 mila per il trimestre gennaio-marzo, 5mila per il trimestre aprile-giugno più 500 euro di interesse (10% mensile). Si arriva al 6 luglio, Antonio Mancuso in presenza di Alfonso Cicerone, riferisce alla vittima che in caso di ulteriori ritardi nei pagamenti, avrebbe dovuto cedergli circa centro metri quadri del negozio di arredamenti gestito dalla vittima, per un valore di 70mila euro. I due hanno prospettato all’imprenditore anche la possibilità di cedere loro l’intero negozio di arredamenti o la tabaccheria da lui gestita.

 

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