L’editoriale, Regionali: L’accorduni catanzarese a rischio per l’effetto bibita locale

 

di Danilo Colacino – Le Regionali calabresi, che pare ormai si terranno a fine gennaio, comunque andranno a finire saranno ricordate come quelle dell’accorduni catanzarese. Già, perché nel capoluogo pare esserci un ‘filo rosso’ che unisce i grandi interessi, non certo i grandi ideali, configurabile quale unico progetto politico.

Ma niente di più sbagliato sarebbe pensare che si tratti di un’iniziativa della Destra ‘contro’ la Sinistra o viceversa e neppure dei Sovranisti ai danni dei Globalisti. L’ambito, infatti, è molto diverso. L’obiettivo è triplice e parte da un ‘sistema città’ in cui i componenti di una certa cerchia quasi sempre litigano di notte per poi far pace di giorno in nome del…un tanto a te, un tanto a me. Dicevamo dei tre scopi alla base del patto, neanche poi tanto segreto, però. Ebbene, il primo è ‘uccidere il Drago’ (l’unico della vecchia e finora solidissima cricca che per fini personali non si è allineato ai dettami dell’accordo, almeno per il momento); il secondo è accontentare anche chi non è fra i sottoscrittori del patto, ma lo appoggia in ‘modo sotterraneo’ per trarvi vantaggio, e il terzo è come ovvio: vincere le elezioni. E il viatico pare positivo. Basti pensare che ‘l’homo novus’, invocato per la Calabria dal lider maximo della Lega Matteo Salvini per ‘far fuori’ l’aspirante governatore di Forza Italia Mario Occhiuto, poi tanto nuovo non sarebbe. Anzi, tutt’altro, considerato che è più o meno in pista da quando un meteorite caduto sulla terra estinse i dinosauri.

Ma questa è un’altra storia, tanto in politica una pezza d’appoggio (o a colore) la si trova sempre. È così, del resto, che si ha una giustificazione buona per tutto. Fatto sta, tuttavia, che i ‘soci’ hanno un solo grave problema da fronteggiare. Quale? L’effetto bevanda locale. Cosa, la tanto adorata bibita al caffè? Già, proprio quella. E il motivo è presto detto. Risiede nell’autarchia, di pensiero prima di tutto, di Catanzaro che da buona cittadina di provincia solo un po’ cresciuta ragiona come se il suo sistema imprenditoriale, politico e del mondo delle professioni, fosse al di sopra di ogni cosa.

Peccato, però, che passata la famosa galleria del Sansinato la faccenda cambi. E di molto, mostrando i limiti di uno sciovinismo che pare inadeguato quanto la richiesta di quella bevanda al caffè in un bar di Torino o anche solo di Cosenza. Ecco perché per il capoluogo, che peraltro non vanta un suo presidente ormai dai tempi di Agazio Loiero, spesso son dolori. La mancanza di peso specifico, insomma, spiega i suoi effetti. E all’esterno la grandeur catanzarese si squaglia come neve al sole in molti ambiti.

Stavolta, tuttavia, sono in molti ad aver fatto all in. Gente che se perde, soprattutto in qualche caso particolare, si ritroverà costretta recarsi a Villa Trieste per dar da mangiare ai cigni, sempre nell’auspicio che il sindaco Sergio Abramo l’abbia nel frattempo recuperata agli antichi fasti.

È la ragione per cui il clima è tanto velenoso, seppur tutto venga edulcorato o si tenti anche maldestramente – come ad esempio in occasione dell’ultimo consiglio comunale – di nascondere il Duomo con un lenzuolo. Chissà forse in attesa che anche lo ‘scissionista’ torni sui suoi passi. Difficile, conoscendolo, ma hai visto mai che stavolta ci scappi il colpo di scena in nome della catanzaresità ritrovata. Una delle storielle, quest’ultima, più belle mai ascoltate, un po’ come certe barzellette che più le senti e più ti strappano una risata. 

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