Concussione, condannato dipendente del Comune di Pentone

L’avrebbe costretta ad accettare nel tempo una serie di richieste illecite di natura patrimoniale se avesse voluto ottenere il rilascio di un permesso a costruire e non doverne poi subire la revoca una volta ottenuto. Con l’accusa di concussione, il Tribunale collegiale di Catanzaro, presieduto da Laura Orlando, a latere Francesco Vittorio Rinaldi e Matteo Ferrante,  ha condannato a 4 anni di reclusione Michele Tarantino, dipendente del Comune di Pentone, disponendone la cessazione dei rapporti di lavoro con l’Ente, l’interdizione  perpetua dai pubblici uffici, la confisca e la restituzione alla parte civile Maria Rosa Tarantino, difesa dal legale Francesco Ansani, di una serie di terreni, oggetto della concussione. Il Tribunale ha disposto, inoltre, a carico dell’imputato il risarcimento alla parte civile dei danni patrimoniali quantificati in 5mila euro e di quelli morali pari a 2.500 euro. In particolare il responsabile dell’Ufficio tecnico, secondo le ipotesi di accusa, avrebbe costretto la donna a firmare due preliminari di vendita, l’unico modo per evitare l’esproprio del terreno oggetto del permesso (circostanza risultata poi non veritiera). In entrambi si sarebbe attestato falsamente il pagamento alla Tarantino di 5mila euro. Ma c’è di più. Il 25 novembre 2003, il tecnico, sempre secondo le ipotesi di accusa, avrebbe consegnato alla donna copia del permesso  a costruire, con la data del giorno successivo, ma priva del timbro comunale e della firma  del responsabile dell’ufficio. L’avrebbe costretta  a consegnargli l’assegno di oltre 6mila euro intestato a lui, quindi un qualcosa a lui spettante  per lo “sconto” che, grazie al suo intervento, la Tarantino avrebbe ottenuto consentendo di risparmiare su spese quantificate dallo stesso  in 27mila euro e che per il suo intervento sarebbero scese a 17mila euro. L’imputato, una volta ricevuta da parte di Tarantino la diffida alla restituzione di oltre 6mila euro ottenuti nel 2003  ne avrebbe restituito solo 1500 euro, compiendo atti diretti in modo non equivoco a costringere la donna a non sporgere denuncia nei suoi confronti se avesse voluto riottenere l’intera somma. Fatto che non si è verificato per il rifiuto della parte civile, che ha denunciato i fatti, facendo poi scattare l indagini della Procura.

 

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